La felice recessione Usa

Se non abbiamo fatto male i conti, con l’anno corrente l’espansione economica iniziata a metà 2009 ha raggiunto ora il 104esimo mese di anzianità. Quasi un record di longevità, se si considera che i precedenti 22 cicli espansivi, certificati dal National Bureau of Economic Research dal 1900 ad oggi, soltanto due volte sono durati di più.

Ad aprile, la corrente ripresa salirà al secondo posto per durata; fra poco più di un anno, batterà la ripresa economica degli anni Novanta: una impresa ardua, ma non impossibile.

Tutto questo sta mandando fuori di testa le Cassandre che da anni chiamano la recessione e il conseguente bear market azionario. Sta di fatto che senza la prima, difficilmente arriva il secondo: un raro esempio di matrimonio funzionante. Si trascura che i cicli economici non muoiono mai di anzianità: se si esauriscono è perché interviene un fattore – di solito esogeno – che ne decreta una prematura scomparsa.

C’è un aspetto che rischia di mandare in “trip cognitivo” le Cassandre. Una recessione, negli Stati Uniti, c’è stata, dopo il minimo ciclico di giugno 2009. Anzi, a ben vedere, non solo una ma due.

Tradizionalmente siamo abituati a definire una recessione come una contrazione del ciclo economico per almeno due trimestri, quindi una diminuzione del PIL, al netto s’intende dell’inflazione. Ma viviamo tempi eccezionali, tempi di deflazione, si può quindi correre il rischio che etichette storiche possano non aderire perfettamente.

Proviamo allora a visualizzare il tasso di crescita nominale dell’economia USA…

 

 

Le bande verticali in alto indicano i periodi di recessione, così come certificati dal NBER. Cosa notiamo? Che quando la crescita nominale è scivolata sotto la soglia del 3.5%, l’economia è sempre stata definita in recessione. Si vede che, tenendo conto dei prezzi al consumo (o meglio del deflattore implicito del PIL), una variazione nominale pur ragguardevolmente positiva si trasforma in una crescita reale nulla se non negativa. Bang! ecco servita la recessione…

Se questo metro fosse valido, nel 2013 e poi nel 2016 l’economia americana è entrata in “recessione nominale”. Se ufficialmente non lo ha fatto, è stato soltanto perché i prezzi sono cresciuti in misura così contenuta da aver sottratto ben poco alla variazione nominale annua del prodotto interno lordo.

Ma, a ben vedere, nei periodi citati la congiuntura economica negli Stati Uniti ha conosciuto una frenata: l’ISM Index in ambo le occasioni è scivolato sotto la soglia dei 50 punti, tradizionale spartiacque fra espansione e contrazione.

Insomma, una recessione, anzi due mini-recessioni ci sono già state, negli anni recenti, ben occultate…

 

In conclusione: se si accetta questa tesi, magari un po’ rocambolesca, ne consegue che il contatore centenario andava azzerato da tempo. La ripresa economica non dura da otto anni e mezzo. A ben vedere, l’espansione sarebbe in atto da meno di due anni e questo spiega benissimo il vigore atletico del mercato azionario. Che sembra appena uscito da una recessione purificatrice…

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