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Scatto d’orgoglio per l’Eurozona


di Marco Maggioni ActivTrades

Il mercato ha velocemente archiviato il declassamento a catena di 9 Paesi europei, Italia compresa, e del Fondo Salva Stati EFSF da parte dell’Agenzia di rating statunitense S&P’s. Il taglio, comunicato nella sera di venerdì 13, è subito apparso un bollettino di guerra in grado di far esplodere alcune mine nel cuore dell’Europa, Grecia in primis e Portogallo a ruota. A resistere rimanevano solo in quattro nel club degli “euro- virtuosi” dopo che anche Austria e Francia venivano cacciate dall’empireo della tripla A: Germania, Olanda, Finlandia e Lussemburgo, giudicate ancora economie solide ed affidabili, al pari di Danimarca, Regno Unito e Svezia, in grado di soddisfare ancora a pieno i loro creditori nella cerchia dell’Unione a 27.

Paradossalmente, al crollo dei listini, all’allargamento degli  spread  nei confronti dei titoli benchmark tedeschi e al declino dell’euro, i mercati hanno risposto con uno scatto d’orgoglio che sa di “schiaffo” contro chiunque stia tentando di affossare un’intera area valutaria. Il motivo di questa inversione è che la decisione, presa dalla sempre più discussa agenzia di rating made in USA, era quanto meno attesa ed era già stata pienamente scontata nei prezzi. Inoltre la protezione messa in piedi dalla BCE, grazie alle rinnovata presenza sul mercato secondario attraverso il cosiddetto Securities market programme,  ha consentito agli operatori di concentrarsi su quello che oggi più di ogni altra cosa sembra in grado di muovere il mercato: le aste di rifinanziamento dei debiti pubblici europei.

Il boom di acquisti per i bond dell’ EFSF  e i bonos spagnoli, oltre alla buona tenuta della domanda di titoli portoghesi, ha fatto scendere i rendimenti, soprattutto sulle scadenze a breve, e ha permesso alle Borse di salire con l’indice Stoxx che ha toccato i massimi dall’inizio agosto 2011.  Gli operatori delle sale operative così possono tirare un sospiro di sollievo e, se è vero che i portfolio manager stanno cominciando a far circolare la marea di liquidità messa a disposizione dalla Banca Centrale Europea al tasso dell’1 % (quasi 500 mld), allora anche il sistema finanziario dell’Europa potrebbe cominciare a stabilizzarsi.

Il governatore Draghi è stato comunque chiaro: la grisi è grave e il rischio sistemico è aumentato, bisogna agire in fretta altrimenti le banche, che soffrono di svalutazioni sui crediti, erosione dei ricavi, incapacità di autofinanziameto e aumento dei costi di funding, continueranno a mantenere la cifra record di altrettanti 500 miliardi di euro circa in deposito a Bruxelles. Bene dunque il pragmatismo e la capacità di analisi del presidente della BCE,  unico tra i grandi leader europei capace di  non limitarsi alle invettive.

I movimenti valutari hanno riflettuto a pieno il sentiment dei mercati azionari e obbligazionari: l’euro è rimbalzato dai minimi sul dollaro in area 1.2625 per riportarsi sopra area 1.2900. Una crescita costante che ha rallentato, almeno per il momento, la fuga degli investitori verso quella che oggi sembra essere la moneta più appetibile, cioè il dollaro statunitense. L’euro è risalito sul dollaro anche grazie alle coperture tecniche scattate dopo i dati cinesi che hanno mostrato un quadro dell’economia meno frenato del previsto: il gigante cinese, infatti, secondo consumatore di greggio a livello mondiale, sembra assicurare una domanda stabile.

Sia L'Agenzia internazionale per l'energia (Aie) che l’ Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) hanno confermato le previsioni sulla crescita della domanda di petrolio nel 2012 a circa 90 milioni di barili al giorno, sostanzialmente in linea con l’anno passato. L’Opec, che ha prodotto 30,8 milioni di barili al giorno a dicembre, il livello più alto da ottobre 2008, resta più ottimista ma, come l’AIE, ha avvertito che le stime sono soggette a "grande incertezza" data l'instabilità economica nell'area euro.

La moneta unica resta infatti sotto pressione e il recupero delle ultime sedute dovrà fare i conti con un primo trimestre 2012 caratterizzato dal rifinanziamento dei debiti pubblici e dal peso delle ristrutturazioni sulla crescita. Il declassamento peserà, dunque, in particolare per l’Italia finita in serie B. E occorrerà più di uno sforzo per passare da misure di austerità, che rischiano di portare il paese in una fase recessiva, a riforme strutturali che liberino risorse per la crescita, l’occupazione e lo sviluppo economico.

Bankitalia è stata precisa: con il differenziale Btp-Bund a 500 punti quest’anno sarà recessione. E solo il suo dimezzamento consentirà una ripresa dell’economia tricolore intorno al punto percentuale. Il premier italiano Monti, molto attivo e propositivo nei suoi incontri bilaterali in mezza Europa, ha già fatto la prima mossa, riportando credibilità al Paese e premendo sull’accelleratore del rigore di bilancio. Sempre a lui, Merkel permettendo, tocca anche la seconda.

EURUSD - H1



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