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Anche la Croazia dovrà fare bene i compiti


di Claudia Segre - Segretario Generale Assiomforex

Non ci sono Maya che tengano o Dragoni cinesi compiacenti per un’Unione Europea che nel 2012 cambia decisamente rotta. Dopo le tattiche caratterizzate da una temeraria bolina (che più controvento non si può) finalmente si torna a navigare con una mappatura della rotta ben definita nelle priorità (e con il vento in poppa).

Nell’ordine queste sono: il caso Grecia e l’accordo con i creditori privati prima di tutto,  quindi l’irrobustimento dell’EFSF e l’immediata operatività dell’Esm. Su quest’ultimo punto anche i tedeschi si stanno orientando ad un chiaro e definitivo sostegno della proposta.

In un momento di ritrovata coesione negli intenti, i dubbi su ulteriori allargamenti dell’Unione Europea, soprattutto alla luce del caso Ungheria restano, anche perché la lista di Paesi che vogliono entrare in Europa resta lunga.

A poco più di 20 anni dalla proclamazione della sua indipendenza dalla Jugoslavia socialista è la Croazia la prima nazione che nel 2012, dopo l’esito favorevole del referendum del 22 gennaio, si affiancherà ai 27 Paesi che compongono l’UE. I passi formali, dopo oltre sei anni di negoziati per l’adesione, si sono conclusi con la firma del Trattato dello scorso dicembre e proseguiranno con la formale ratifica che porteranno il paese il 1° luglio 2013 allo stato definitivo di membro UE.

Un Paese con una nuova guida affidata al Primo Ministro socialdemocratico Zoran Milanovic dell’SDP che ha spazzato nelle elezioni Parlamentari del 4 dicembre la coalizione dell’Unione Democratica (HDZ). La nuova coalizione di centro-sinistra, forte di un 44% di consensi, ha un fitto programma economico da varare. L’obiettivo impellente è ritrovare la crescita (ora allo 0.5%) dopo due anni di recessione; inoltre occorrerà contenere il debito estero al 101%.

Privatizzazioni e consolidamento fiscale restano le priorità del 2012, con un piano di tagli alla spesa pubblica già varato di 1 mld di euro, ma con una domanda interna che resta debole e le esportazioni che risentono del contesto sfavorevole della crisi europea. A seguire necessiteranno interventi per un mercato del lavoro ora strutturalmente rigido e con una disoccupazione al 17.9% che incide sulla competitività del Paese. Unica voce positiva il turismo che rappresenta circa il 20% del PIL.

Sul lato del sistema bancario, la Banca Centrale croata si è mossa per tempo allo scopo di consentire una stabilizzazione dei NPL (non performing loans) e assicurando il supporto delle banche estere alle sussidiarie domestiche.

Rispetto alla situazione ungherese, non bisogna dimenticare che i precedenti governi croati si erano impegnati non solo sulla difesa dei diritti umani e delle minoranze etniche  ma soprattutto per cancellare il brutto ricordo delle accuse europee di “mancanza di piena collaborazione” per aver protetto un criminale di guerra come il Generale Gotovina e per i numerosi casi di corruzione, il più eclatante quello legato all’ex Primo Ministro Sanader, recentemente estradato dall’Austria.

Per sganciarsi definitivamente dallo spettro di una ricaduta del merito creditizio dall’attuale BBB- (ultimo gradino investment grade) al grado più speculativo e penalizzante valgono le stesse regole alle quali si è sottoposta l’Italia: un fattivo impegno governativo alle riforme strutturali e un recupero di consensi per far rientrare lo spread al di sotto di quei 500 punti base abbondanti. Dato l’atteggiamento degli investitori verso i Paesi europei più esposti, questa entrata della Croazia non è ben vista da molti e riacutizza il dibattito che già aveva osteggiato l’apertura verso Bulgaria e Romania.

La Croazia con la sua divisa caratterizzata da scambi rarefatti e il suo “affaccio strategico” sull’Adriatico ha grandi ambizioni come Bosnia, Macedonia, Montenegro, Albania, Serbia e molti altri. Ma, come dimostra la campagna elettorale finlandese, una delle poche AAA rimaste, è più facile in questo momento dare contro l’Ue che difenderla strenuamente dagli attacchi politici,  in un momento in cui la crisi del debito sovrano necessita ancora di una soluzione definitiva.