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Commodity, un decennio senza bolle

di Marco Caprotti - Editor di Morningstar Italy

Dopo 10 anni di corsa delle commodity gli operatori fanno il punto. E iniziano a domandarsi se le materie prime, dopo la spinta ricevuta dalla progressiva urbanizzazione della popolazione mondiale e dalla crescita dei paesi emergenti, siano in grado di tenere il passo.

La parte del leone l’hanno fatta i metalli preziosi. Sul gradino più alto del podio si è piazzato l’argento (+20% annualizzato), seguito a ruota dall’oro (+19%) e dal rame (+18%). Tuttavia non si è trattato di un viaggio sempre tranquillo. Se è vero che in un orizzonte temporale di 10 anni tutte le materie prime hanno avuto un andamento positivo bisogna anche notare che, in alcuni periodi, questo asset di investimento non ha dato il meglio di sé. Nel 2011, ad esempio, solo quattro commodity (oro, petrolio, carbone e granoturco) hanno fatto segnare un andamento positivo. Tutte le altre hanno avuto davanti il segno meno: si va dal -10% circa dell’argento al -32% registrato dal gas naturale.

Le ragioni di questi andamenti erratici sono diverse. La prima è la volatilità che caratterizza questo tipo di investimento, legato più di altri agli umori del ciclo economico mondiale, agli andamenti del dollaro e alle prospettive di inflazione. A questo vanno aggiunti elementi specifici delle singole materie prime. Il gas naturale, ad esempio, ha avuto il suo periodo migliore dal 2002 al 2005. Gli ultimi quattro anni, invece, sono stati un periodo nero a causa dell’aumento dell’offerta e al calo della domanda. Il settore inoltre, deve fare i conti con alcune innovazioni tecnologiche che hanno permesso di aprire nuovi depositi a costi più bassi.

Il petrolio, invece, è finito fra le cinque migliori commodity per sei volte nell’ultimo decennio. “E’ vero che si tratta di un prodotto dai prezzi molto volatili”, spiega Frank Holmes, amministratore delegato e responsabile degli investimenti di U.S. Global Investors. “I fondamentali, tuttavia, sono sempre interessanti, condizionati da scarsità di offerta e forte richiesta”.


La corsa del lingotto
Qualche dubbio in più aleggia sull’oro, il più classico dei beni rifugio, intorno al quale, periodicamente, si fanno discorsi su un possibile scoppio della bolla. Il 2011 non ha fatto eccezione. L’oro ha chiuso l’anno con un ritorno annuale del 9% ed è stato uno dei pochi asset che ha generato una performance di questo tipo. “Tuttavia, il prezzo del metallo giallo è stato influenzato negativamente da diversi fattori nell’ultimo trimestre”, spiega Simona Gambarini, economista di Etf Securities. “Tra questi ci sono la minore presenza degli investitori, l’apprezzamento del dollaro contro l’euro e l’incremento dei margini sul mercato dei future”.  Secondo gli operatori, tuttavia, la situazione economica mondiale depone a favore di una continua crescita del minerale. “Uno dei motivi che continuerà a spingere gli acquisti di oro è il progressivo aumento del debito in molti paesi sviluppati”, dice Holmes di U.S. Global Investors. “Gli operatori avranno ancora bisogno di sapere che esiste un porto sicuro nel quale rifugiarsi”.

Anche secondo Gambarini esistono buone possibilità che il metallo giallo continui la sua corsa. “La correlazione tra l’oro e le altre categorie di investimento più ad alto rischio, come l’S&P500, è cresciuta con la diminuzione della liquidità in diversi mercati e l’aumento della preferenza per investimenti obbligazionari ed a basso rischio”, spiega l’economista di Etf Securities. L’apprezzamento del dollaro nei mesi passati, inoltre, ha contrastato l’ascesa del prezzo dell’oro, portando gli investitori a dubitare del suo ruolo come bene rifugio. Recentemente, tuttavia, il rapporto tra metallo giallo e biglietto verde è migliorato. Questo elemento potrebbe risvegliare l’attenzione degli investitori e portare a futuri rialzi del prezzo dell’oro”.

Il ruolo della Cina
Resta il dubbio se la frenata di alcune aree sviluppate possa influenzare negativamente le economie emergenti provocando una diminuzione delle esportazioni e portando quindi a un calo della domanda di materie prime. Molto dipende dagli stati in via di sviluppo di cui si parla. “La Cina, che di questi è il più grande, potrebbe essere colpita meno di quanto la gente generalmente pensa”, spiega Andy Rothman, strategist di CLSA Asia-Pacific Markets. “Le esportazioni rappresentano una voce sempre meno importante per l’economia del paese che oggi può contare sui consumi interni di oltre 1 miliardo di persone sempre più ricche”.

A supportare questa visione ci sono i numeri di dicembre rilasciati dal dipartimento del commercio cinese secondo cui l’importazione di alluminio, ad esempio, è cresciuta sia rispetto al mese precedente, sia nei confronti dello stesso periodo dell’anno scorso. “Gli investitori, comunque, non si devono aspettare una crescita della Cina robusta come quella a cui si è assistito negli ultimi anni”, continua Rothman. “Il 12esimo piano quinquennale, ad esempio, prevede minori investimenti per le infrastrutture rispetto al precedente. Anche le spese per il comparto trasporti diminuiranno, mentre Pechino si concentrerà di più sull’acqua e sulla protezione dell’ambiente”.


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