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La rabbia di Praga, di restare senza euro


di Claudia Segre - Segretario Generale Assiomforex

Se qualcuno si chiede quale sia l’elemento comune che ha portato l’Inghilterra e la Repubblica Ceca alla decisione di chiamarsi fuori dal “Patto Fiscale” UE, firmato dai restanti 25 Paesi, non lo troverà. Ad esempio, il governo di Praga chiede, a differenza di quello inglese, di poter effettuare un’analisi ulteriore del Patto perché teme che possa modificare a tal punto il Trattato UE da non permettere alla Repubblica Ceca di entrare nell’Eurozona.

Curiosamente, infatti, l’unico dei 4 parametri di Maastricht sul quale i cechi vedono ridursi drasticamente le possibilità di accesso alla fase di monitoraggio ERM (preventivo all’entrata nell’euro), è proprio il deficit fiscale attualmente al 4.2%, rispetto al 3% richiesto. Per il resto, con un’inflazione all’1.9%, il debito pubblico al 41% e la media dei tassi ben al di sotto del 5.5%, la Repubblica Ceca distanzia nettamente gli altri aspiranti all’Eurozona: Ungheria, Polonia, Romania e Bulgaria.

Ma non solo: con un CDS a 150 punti base e lo spread su Bund decennale a 140 punti base, il rating del paese stabile ad A1 di Moody’s e A+ di Fitch, risulta allineato con simili parametri valutabili negli altri Paesi della cosiddetta Nuova Europa. In ogni caso resta comunque scarsa  l’attrattiva per il comparto obbligazionario, data anche  la scarsa liquidità.

L’impegno messo per rincorrere l’euro è testimoniato dalle innumerevoli riforme varate lo scorso anno scorso dal governo del premier Necas, leader del Partito Democratico Civico di centro destra, e già vice premier e Ministro del Lavoro del precedente esecutivo. Dalla riforma dei Fondi Pensione a quella del  sistema sanitario, sono molte e importanti le misure intraprese. Tutte tese a ridimensionare il gap fiscale.

La rabbia dei cechi è tale che Necas vuole un nuovo referendum sul Trattato e sull’adozione dell’euro, in questo supportato dal Presidente Vaclav Klaus che – va ricordato - ritardò la firma del Trattato di Lisbona del 2009. Proprio Klaus ha espresso chiaramente il suo dissenso dichiarando che il Paese non firmerà nessun trattato internazionale volto a una maggiore integrazione fiscale e, quindi, alla riduzione della sovranità di bilancio.

Ed ecco cosa accomuna finalmente questo Paese all’Inghilterra: la sua vulnerabilità sul lato del commercio e, in particolare,  la dipendenza dal settore auto e manifatturiero. Infatti, oltre due terzi delle esportazioni ceche dipendono dall’Unione Europea. Occorre poi considerare che il 90% del sistema bancario è controllato da banche europee non domestiche.

Voltando le spalle all’UE, la Repubblica Ceca rischierebbe di vedersi ridurre la liquidità dalle “case madri” e anche un atteggiamento meno conciliante sul lato del business bilaterale.

Ancora una volta ci si può chiedere se Paesi con scarsa domanda interna, che però usufruiscono dei Fondi strutturali europei e dei benefici di un’area di libero scambio UE, abbiano diritto di alzare scudi di opportunismo in un momento così delicato vista la crisi in corso. I dati negativi del terzo e quarto  trimestre 2011 fanno paventare per i cechi un rischio recessione per il 2012, dopo quella già subita nel 2009. E la debolezza della corona ceca non è certo beneaugurante per gli investimenti e neanche per un prossimo taglio dei tassi.

E’ pertanto necessario e urgente trovare una soluzione a queste nuove spinte “antieuropeiste”, che dalla Repubblica Ceca passano per la Polonia e l’Ungheria e raggiungono la Finlandia, alimentate  anche dal tentativo di imposizione egemonica del modello tedesco, costi quel che costi. Insomma, occorrebbe fare la conta di chi è in grado di allinearsi alle esigenze di entrare in una nuova fase di “vera unione fiscale”.



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