Fuori dal tunnel con innovazione e ottimismo
Il tormentato aumento di capitale di Unicredit e le difficoltà che sta attraversando quello che sino a qualche anno fa era considerato, insieme a Intesa Sanpaolo, uno dei maggiori gruppi bancari italiani, sono emblematici di una situazione destinata a peggiorare velocemente se non si arriva subito a una svolta a livello europeo. Le Fondazioni, come si è visto nel caso di Unicredit, non hanno più soldi per partecipare ad aumenti di capitale mantenendo così il controllo delle aziende bancarie di cui posseggono le partecipazioni. Ma non hanno neppure più soldi per sostenere e lanciare attività locali come sinora hanno fatto. Questo significa che, oltre all’avanzata nell’azionariato delle nostre banche di gruppi e fondi esteri, come si è visto appunto in Unicredit, ci sarà anche un probabile allontanamento dal territorio in termini di supporto al tessuto economico-imprenditoriale.
I valori di mercato delle nostre banche, sempre come dimostra il caso Unicredit, dipendono inoltre non solo dai giudizi delle agenzie di rating, ma anche da mosse politiche incerte e poco coordinate, frasi sbagliate ecc. che poco o niente hanno a che fare con i risultati di bilancio effettivamente raggiunti dalle banche che sinora sono stati comunque e, nonostante tutto, positivi. Ciò dimostra che la speculazione sui mercati è molto alta ed è pronta a scatenarsi non appena si presentano i presupposti. Come la richiesta/ imposizione di aumenti di capitali che ha fatto l’Eba, l’autorità bancaria europea, giudicata dalle banche troppo rigida, miope e pericolosa per lo sviluppo e la stabilità in un contesto di mercato così difficile e instabile come quello attuale. Insomma oggi tutto sembra ridursi, contrarsi, perdere di valore in una visione di mercato che diventa sempre più asfittica, chiusa e priva di ossigeno. Una visione che può portare solo al pessimismo e al fallimento.
Da più parti si invoca la crescita, basta accanirsi con chiusura mentale sui costi, sui tagli, sui sacrifici e via dicendo. Su questo sono bravi tutti, ma senza una chiara strategia di sviluppo che richiede ottimismo oltre che forza, determinazione, coraggio, innovazione e investimenti non si va da nessuna parte. Ancora una volta gli Stati Uniti indicano la strada: la Bce deve diventare come la Fed finanziando le banche e le economie dei Paesi periferici in crisi. Ma la Bce, che con Mario Draghi, ci sta pur tentando, da sola non può essere il motore dell’Europa. Occorre una forte sincronia tra gli Stati che dia la spinta politica alla realizzazione di un governo centrale. Un’idea che oggi, con una Germania asserragliata sulle sue posizioni di difesa della parità dei bilanci, sembra ancora utopica. Intanto però la nave rischia di affondare.
L’editoriale è tratto dal numero di febbraio di BancaFinanza, in edicola da venerdì 3.
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