Euro ancora sotto pressione
L’onestà del Ministro dello Sviluppo Economico in merito alla situazione economica italiana non sorprende nessuno: il Paese è in forte recessione e solo l’introduzione di profonde e strutturali riforme potrà riportare l’Italia sul sentiero, seppur in salita, della crescita. Le stime dell‘Istat per il quarto trimestre 2011 lasciano poco spazio all’interpretazione: Pil negativo per il secondo trimestre consecutivo, in flessione dello 0.7%, e debito pubblico in crescita di 55 miliardi.
La situazione sui mercati e il caso greco incidono nuovamente sui rendimenti odierni: 5.74% il Btp decennale e spread con il Bund nuovamente vicino quota 400. Stime 2012 al ribasso: - 1.5%.
La fine 2011 non ha penalizzato solo l’Italia dei numeri e del disagio sociale, fatto di una disoccupazione al 9% con un tasso giovanile vicino al 30%, ma è tutta Eurolandia ad uscire frastornata dalla tempesta dei mercati e dei debiti sovrani. Produzione e consumi sono calati anche per la locomotiva tedesca che macinava record occupazionali e conti pubblici in ordine, mentre la stretta sui conti pubblici con le relative politiche di austerità non gioca a favore di un quadro economico debole.
Questi fattori di criticità sono mitigati in parte da alcuni aspetti positivi, se è vero che gli indicatori di fiducia dei direttori degli acquisti mostrano una lenta ma costante crescita delle aspettative per le tre grandi macroaree economiche USA, Europa e Asia, sia nel settore manifatturiero che in quello dei servizi.
Due chiavi di lettura in questo senso: la politica monetaria si fonda sul consolidamento delle aspettative riuscendo a svolgere una azione anticiclica, così la BCE in linea con le altre grandi Banche Centrali, bene ha fatto a sostenere il sistema del credito attraverso ingenti iniezioni di liquidità, riportando di conseguenza stabilità nel sistema e fiducia negli operatori di mercato. In secondo luogo la svolta nella crisi dei debiti sovrani: il modesto ritorno di fiducia nei portafogli dei creditori di Italia e Spagna, ritenute da più parti troppo grandi per fallire, ha determinato il calo dei rendimenti dei titoli pubblici evitando il tanto temuto rischio di contagio che avrebbe trascinato l’euro e i suoi membri in una spirale di guai.
In questo scenario che riguarda l’Europa periferica, la Grecia è sembrata così poter essere abbandonata a se stessa, ovvero libera di fallire e di lasciare la moneta unica con tutte le conseguenze del caso, per alcuni osservatori drammatiche. L’accordo con i debitori non è stato ancora raggiunto e le forze politiche in Parlamento hanno faticato non poco ad accettare le condizioni della Troika (riduzione del 22% dei salari minimi e licenziamento di 15mila impiegati pubblici) alimentando le tensioni sociali e riportando confusione sui mercati finanziari.
I continui rinvii scaricano il nervosismo sui listini e deprezzano la moneta unica: l’eurodollaro è sceso ai minimi dal 25 gennaio sotto 1,30, andando a toccare 1,2975 prima di rimbalzare nuovamente in area 1.3100. Il livello di prezzo 1.3150 resta decisivo per determinare una direzione di breve del tasso di cambio: la rottura di tale supporto ha determinato infatti un’accelerazione ribassista nelle ultime sedute trasformando questo livello in una resistenza sensibile da testare nelle prossime ore. La volatilità resta elevata all’interno del range di oscillazione che ha caratterizzato il movimento del tasso di cambio nel mese di febbraio: 1.3300 – 1.3000. Le aspettative sulla soluzione Greca tornano ad essere determinanti.

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