Sarà comunque un secolo cinese
Intervista a Roberto Malnati
E’ notizia dei giorni scorsi che la Cina è diventata il maggior esportatore del pianeta dopo aver superato la Germania. Ma non solo: il pil della Cina ha superato quello del Giappone, facendo del Dragone la seconda economia del mondo dopo gli Stati Uniti. Sarà dunque un secolo cinese? E’ probabile, ma intanto si discute di quella che, secondo diversi osservatori, è una bolla immobiliare conclamata e c’è chi vede sinistri scricchiolii sui listini di Shangai e Shentzen. Per capirne di più abbiamo rivolto alcune domande a Roberto Malnati, gestore con Weltika Sa del fondo lussemburghese CB Accent Asian Century

La Cina continuerà a sorprenderci ?
Credo proprio di sì. Il boom economico
cinese è paragonabile alla rivoluzione industriale inglese nell'Ottocento
e alla rapida ascesa degli Stati Uniti nel Novecento. Questi fenomeni comportarono
un cambiamento degli equilibri economici, commerciali e politici a livello mondiale,
ed è quanto si sta ripetendo oggi.
La Cina sta determinando i prezzi mondiali dei beni industriali, i prezzi delle
materie prime, i flussi del commercio internazionale e parzialmente i tassi
di cambio delle valute.
Ma le grosse sorprese arriveranno ancora nella determinazione dei nuovi equilibri
geostrategici a livello mondiale. Come esempio eclatante possiamo prendere il
vertice sui cambiamenti climatici di Copenhagen, dove la posizione europea è
risultata del tutto irrilevante di fronte all'accordo tra Cina e Stati Uniti.
Ma anche a livello commerciale, scelte come quella di mettere sotto pressione
i grossi produttori minerari come Rio Tinto o il leader di internet come Google
o di sospendere la distribuzione del film Avatar sostituendolo con la vita di
Confucio, ci raccontano di un paese che non vuole essere asservito alla leadership
occidentale.
Come è potuto accadere in così breve tempo un cambiamento
di questa portata ?
La crisi finanziaria ed economica ha accelerato i tempi dell'ascesa del ruolo
politico ed economico della Cina, facendo assurgere il cosiddetto G2 ad un temporaneo
ed instabile asse di comando del mondo. La crisi ha anche accelerato i tempi
del previsto sorpasso dell'economia americana da parte dell'economia cinese.
Peraltro questa linea di tendenza è credibile, poiché il boom
economico cinese non è un fenomeno effimero, ma ha solide fondamenta,
dato che dal 1990 al 2008 la crescita media annuale della produttività
totale cinese (Total Factor Productivity) è stata del 4%, ossia la più
elevata a livello mondiale (fonte: studio di Andrew Cates, economista di UBS).
Nessun altro Paese nella storia ha registrato un aumento della propria efficienza
economica, così rapido come quello conosciuto dalla Cina. A titolo di
paragone quella dell'India è stata inferiore al 3% e quella degli Stati
Uniti è dell'1%.
Giusto per fare un paragone, la crescita della Total Factor Productivity è
stata circa il doppio di quella registrata dal Giappone e dalla Corea del Sud
nel periodo del loro decollo economico.
Come si concilia la propensione al risparmio cinese con il ruolo di
leader mondiale che vuole assumere ?
La Cina è uno dei Paesi con il maggiore tasso di risparmio (attorno al
40% del PIL) e questo eccessivo risparmio viene spesso additato come la causa
degli squilibri mondiali, sostenendo che la Cina esporta tanto, ma non assorbe
sufficienti quantità di merci straniere. Il resto del mondo continua
dunque ad invitare la Cina a migliorare la propria rete di protezione sociale
(salute e pensioni) in modo da indurre le famiglie cinesi a consumare di più
e a risparmiare di meno.
In realtà la situazione non sta in questi termini: il forte tasso di
risparmio non è determinato dalle famiglie, ma dalle imprese.
Infatti le famiglie cinesi risparmiano molto, ma non in modo superiore al tasso
di risparmio registrato da altri Paesi asiatici in questa fase del loro sviluppo
economico.
Il forte tasso di risparmio e soprattutto il suo aumento è determinato
dal settore delle imprese, sia da quelle private che hanno un'alta redditività,
sia soprattutto dalle imprese statali che grazie alla profonda ristrutturazione
attuata negli anni Novanta (con l'eliminazione di circa 70 milioni di posti
di lavoro) sono diventate delle macchine da soldi (spesso anche perché
detengono posizioni di monopolio) che non versano al loro azionista (ossia allo
Stato), ma che trattengono nelle loro casse.
Bisogna considerare anche che è in discussione una riforma che costringerà
a versare allo Stato parte di questi utili in forma di dividendi.
Il risparmio delle società industriali cinesi (ossia gli utili che non
sono stati investiti o distribuiti agli azionisti)sono saliti, stando alla banca
centrale cinese, al 23% del PIL nel 2007. Un decennio prima, sempre secondo
i dati della banca centrale cinese, raggiungevano il 12% del PIL.
Come utilizzerà la Cina le proprie riserve valutarie ?
E’ chiaro a tutto il mondo che il boom economico cinese non si fonda sul
debito, dato che la Cina è oggi il maggiore Paese esportatore del mondo.
I continui surplus commerciali hanno peraltro contribuito anche durante la crisi
ad incrementare le riserve valutarie cinesi che hanno raggiunto i 2'300 miliardi
di dollari portando la Cina a divenire il maggiore sottoscrittore di titoli
del debito pubblico americano.
Queste enormi riserve valutarie (si calcola siano per l'80% denominate in dollari)
forniscono alla Cina una grande influenza politica sugli Stati Uniti. Come ha
dichiarato il consigliere economico di Obama Larry Summers "l'unica guerra
nucleare oggi possibile è quella valutaria".
Esaurite le premesse, la risposta è molto semplice : La Cina cerca di
investire queste riserve valutarie in beni reali poiché ha timore di
dovere incassare forti perdite di valore.
Ma con questo scenario perché la borsa cinese è la peggiore
da inizio anno ?
La Cina ha recentemente alzato coefficienti di riserva delle banche, ossia ha
intrapreso la via di una politica monetaria restrittiva, in contrapposizione
al precedente approccio espansivo volto a combattere la crisi.
Il mercato ed in particolare i grossi fondi americani esposti in Asia hanno
deciso di leggere negativamente queste azioni del governo cinese. Per quale
motivo ? Perché per questi fondi è più facile ed immediato
guadagnare investendo in banche occidentali, che sino ad ora hanno avuto la
possibilità di far soldi con in soldi elargiti a piene mani dai governi.
Ma quando verranno chiusi questi rubinetti, così come ha fatto intendere
il Presidente americano, allora c’e’ un solo posto dove vorrei essere.
Dove il governo ha la forza per costringere le banche a piegarsi al bene del
paese.