Tutti pazzi per gli Emerging
Passo dopo passo i paesi del G8 cedono terreno alle nazioni in via di sviluppo. E intanto i flussi degli investitori occidentali prendono sempre più la “via della seta”.
Di Claudia Segre
Si riaccendono i fari sulla corsa dei fondi sovrani emergenti sulle acquisizioni strategiche: da Sainsbury UK e National Bank of Greece per mano del Qatar Investment Authority (QIA), sino all’acquisizione del 4.99% in Unicredit del fondo sovrano di Abu Dhabi e l’interessamento dei libici per BP. E intanto si fanno i conti di fine semestre che offrono conferme anche sul lato dei flussi di investimento verso le altre classi di fondi specializzati rivolti sul lato degli impieghi verso i Paesi emergenti.
Dalle classifiche di EPFR Global emerge che nel primo semestre di quest’anno gli investitori, nonostante una percezione al rischio ancora condizionata dalla crisi sovrana, sono riluttanti a tenere il cash sui fondi monetari a basso rendimento e si rivolgono a fondi fixed income ed equity più remunerativi. In particolare su 112 mld $ rivolti al mondo obbligazionario ben 17 mld $, (ammontare raddopiatosi in 5 anni) sono stati raccolti dai fondi emergenti, di cui il 50% sulle local currencies, mentre per l’equity son 17.39 mld $, che si sommano ai 47.73mld $ del secondo semestre 2009.
Inutile nasconderci che la crisi sovrana segna la fine di un’era e così i Paesi G8 vedono profilarsi il sorpasso anche in ambito G20 da parte dei Paesi emergenti, sin dall’imminenza della crisi subprime, e quindi a 10 anni dalla crisi asiatica del 1997.
Il raggiungimento della meta ambita di guida della crescita economica globale e’ rappresentata dalla forza di quelle “ex Tigri “ ora “casseforti asiatiche” e quindi da quel nuovo mondo guidato dai BRIC, che rappresenta il 40% della popolazione mondiale e cresce mediamente tra il 7 e l’8% contro un’anemica risposta europea post recessiva del 3%. E poi ormai le previsioni valutarie, sulle commodities, e sulla crescita globale, passano tutte per i BRIC e soprattutto dalla considerazione dei dati cinesi prima di tutto e della sua capacità di gestire il surriscaldamento dell’economia e le spinte inflattive con un mix di misure fiscali e valutarie che dimostrano una capacità di azione efficiente e mirata.
Il passaggio cruciale degli stress test UE del 23 Luglio ancorché riportare la calma nel sistema bancario europeo rappresenta l’apice di un’ operazione di massima trasparenza nella quale si sono impegnati Governi e banche e che oltre a garantire una pausa estiva all’insegna della stabilizzazione favorirà un rilascio di nuove risorse e sbloccherà nuovi investimenti da parte dei real money.
Tirando le somme delle strategie offerte dagli analisti internazionali per questo secondo semestre sui mercati emergenti si evidenzia un giudizio a “sovrappesare” i crediti cosiddetti High Beta, sovrani e Corps, come la Russia, l’Indonesia, la Turchia, e tra i Low Beta alcuni Paesi dell’area Middle East come Qatar e Tunisia, la Polonia per la regione EMEA e nel Latam la Colombia. Al tempo stesso i nomi ove emergono maggiori difficoltà di sostenibilità macroeconomica permangono il Venezuela , la Romania, ed Egitto.
Sulle divise locali e con la ritrovata stabilità dell’euro guidano la riscossa: Messico, Singapore, Malesia, Sudafrica, Russia, Colombia e Brasile. I mercati azionari e le divise dei Paesi asiatici restano comunque favorite grazie anche all’impegno cinese di passare alla fluttuazione gestita della divisa garantendone così una rivalutazione graduale, che da qui alla fine dell’anno dovrebbe attestarsi almeno al 5%.. Ciò che si configura dopo l’evidente rafforzamento di fine 2009 e’ il proseguire di un trend che, anche se più moderato, supporta le scelte di diversificazione rivolte verso gli emittenti dei Paesi emergenti , sia bancari che corporates. Le implicazioni regolamentari che stanno affrontando ora UE e Usa son già state implementate negli anni passati dalle Banche Centrali di questi Paesi memori di anni di crisi che hanno evidentemente lasciato il segno, in senso positivo, allineando questi Paesi agli standard internazionali ma con una cautela maggiore di quanto dimostrato dai Governi G8 nei confronti soprattutto della crisi subprime.