Che botta i bond di Erdogan

“Discover the potential” recita lo slogan della campagna pubblicitaria promossa tempo fa dal ministro dell’Economia turca per favorire investimenti, localizzazione di imprese e turismo oltre il Bosforo.

Aziende multinazionali e volti famosi hanno collaborato con il governo come testimonial di questa campagna. Nomi come Vodafone, Toyota, Samsung, Ford, Unilever, Novartis, i giocatori di calcio Eto’o e Sneijder, il top manager Sergio Marchionne o l’affascinante Nicole Kidman.

Un’economia, quella turca, vista da molti esperti fra quelle con maggiori possibilità di espansione e dalle grandi opportunità per il Pil in crescita (nel 2017 del +7,4%), un basso debito pubblico (28,3%) e una popolazione con un’età media molto giovane (31,7 anni). Un paese in una posizione geostrategica di primaria importanza fra Europa, Asia e Medio Oriente.

Chi ha investito nella Mezzaluna sta scoprendo però a proprie spese che la realtà può essere infida.

Prendiamo per esempio coloro che hanno sottoscritto un’obbligazione (codice Isin XS1574041999) emessa in lire turche dalle BEI (Banca Europea degli Investimenti) a fine febbraio 2017 con una cedola del 10% annuale.

Un’emissione molto pubblicizzata, piaciuta molto ai risparmiatori italiani per il taglio basso (a partire da 250 euro circa) e la solidità dell’emittente (rating AAA). E pazienza se nell’anno precedente la lira turca si era già deprezzata del 30% circa nei confronti dell’euro per gli effetti indesiderati dell’instabilità politica successiva al tentato colpo di Stato del luglio 2016.

In seguito era stato imposto lo stato di emergenza, rimasto sostanzialmente in vigore. E dopo il fallimento del colpo di Stato, c’è stata una repressione di massa. Si stima in 160.000 il numero di persone arrestate. Secondo il Ministero dell’Interno solo nell’ultima settimana 768 persone sono finite in manette in tutto il Paese con l’accusa di terrorismo.

I governanti turchi avevano rassicurato gli investitori sostenendo di poter monitorare costantemente l’andamento dei cambi e di avere a disposizione ogni mezzo per difendere la loro moneta mentre le agenzie di rating come Standard & Poor’s un anno e mezzo fa abbozzavano che lo scenario peggiore era già stato ampiamente scontato dal mercato, (rivedendo l’outlook sul rating del Paese da stabile a positivo).

Come dire: non può essere buio per sempre, dopo la notte arriva l’alba.

A guardare l’andamento della lira turca in questi giorni le cose non sono andate esattamente in questo modo e i sottoscrittori dell’obbligazione prima citata, se è vero che si sono portati a casa una cedolona del 10% annuale, oggi si ritrovano con un capitale sceso complessivamente (pur tenendo conto quindi degli interessi maturati) di oltre il 26%. Il bond della Bei vale oggi 85 (contro poco meno di 100 del valore di emissione) e soprattutto il cambio Euro/Lira Turca è precipitato da 3,85 a 5,4.

In un anno e mezzo scarso l’investimento in lire turche si è deprezzato sul fronte valutario di quasi il 30%. Un ulteriore 30% rispetto all’anno precedente per la serie “mai provare ad afferrare il coltello che cade”.

Cosa spiega il crollo della lira turca sui mercati valutari è, infatti, una lunga storia che non arriva quindi come un fulmine a ciel sereno.

E dovrebbe insegnare ai risparmiatori di non farsi abbagliare dalle alte cedole e diffidare di chi (anche in banca) promuove emissioni ad alto rendimento se non si ha un patrimonio molto elevato tale da consentire una diversificazione omeopatica.

Su molte valute deboli e di paesi emergenti (la Turchia è inclusa fra queste) da qualche mese si sta assistendo a un forte indebolimento in coincidenza con l’aumento dei tassi d’interesse delle obbligazioni Usa.

L’aumento dei tassi sulle obbligazioni statunitensi sta provocando forti ripercussioni sui mercati, in particolare sulle valute dei mercati emergenti. E insieme ad Argentina, Angola e Venezuela, la performance della lira turca è tra le peggiori tra le valute mondiali da inizio 2018.

Dal canto loro, le agenzie di rating che talvolta vanno dove le porta il vento ora hanno declassato la Turchia. Moody’s ha ridotto il rating sovrano a livello di junk (spazzatura) e anche S&P a seguire.

La Turchia ha indubbiamente diversi problemi interni che stanno creando da tempo una crescente fuga valutario dal Paese come l’elevato indebitamento estero (le aziende non finanziarie turche hanno debiti in valuta estera per 222 miliardi di dollari) e la reticenza della banca centrale di Ankara ad alzare i tassi d’interesse per contenere il crollo.

L’andamento della lira turca nei confronti delle principali valute è impressionante ma in negativo. Nell’aprile 2001 fra lira turca ed euro c’era la parità ovvero il rapporto di cambio era pari a 1. Oggi ci vogliono 5,4 lire turche per acquistare un euro.

In simili situazioni, per fermare l’emorragia di capitali e il circolo vizioso di imprese che per minimizzare i rischi acquistano valuta estera (alimentando ulteriormente la caduta della lira turca) i responsabili della politica monetaria alzano i tassi d’interesse ma il presidente turco presidente Recep Tayyip Erdogan non ci sta. Anzi vorrebbe un’ulteriore riduzione dei tassi per rilanciare l’economia, aumentando la preoccupazione degli investitori per la forte pressione politica sulla Banca centrale.

E come se non bastasse il 24 giugno in Turchia ci sono le elezioni anticipate e i turchi dovranno decidere in unico election day chi siederà nel nuovo parlamento e chi sarà il nuovo presidente di una repubblica che assomiglia sempre di più a una monarchia.

Per la Turchia non è un bel momento perché è un Paese importatore di petrolio e l’inflazione è arrivata al 10% mentre il deficit delle partite correnti continua ad accumularsi. E i turchi sono grandi consumatori (quasi 80 milioni gli abitanti) ma pessimi risparmiatori. Peccato che da qualche tempo le banche sono in difficoltà a concedere credito in queste condizioni visto che il numero di insoluti anche sul fronte commerciale e imprenditoriale è in forte aumento.

Un numero crescente di imprese non paga o non viene pagato da settimane e il potere di acquisto dei salari scende sempre più per l’effetto valutario in un’economia dove si importa moltissimo.

La situazione turca è incandescente e offre diversi spunti interessanti di analisi sia sul fronte della finanza pubblica che di quella personale.

Il potenziale della Turchia da “scoprire” come suggerisce la campagna ““Discover the potential” sarà immenso e la Turchia è un Paese bellissimo e affascinante. Ma investire sulle azioni e sulle obbligazioni turche (come quelle di Paesi con caratteristiche simili) o lasciarsi incantare dalle cedole a doppia cifra rischia sempre di essere una strategia troppo rischiosa.

I mercati finanziari nel breve si possono muovere in modo anche apparentemente assurdo o speculativo (visto che possono essere condizionati) ma nel medio lungo periodo restituiscono risultati non proprio casuali dove la realtà prevale rispetto a qualsiasi annuncio, proclama o previsione. E restano un termometro piuttosto efficace che misura nel tempo il progresso di un’economia o di una nazione.

E nessuno regala nulla. Nemmeno i turchi.

A cura di Salvatore Gaziano, Strategist di SoldiExpert.com

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Salvatore Gaziano
Strategist SoldiExpert.com

1 commento a "Che botta i bond di Erdogan"

  1. Non c’è niente da ridere.
    Anche in Italia sta emergendo un governo che non ha idea di politica economica.
    Se tutto ciò sarà realizzato che il nuovo governo ha pianificato, leggeremo notizie ancora peggiori dall’Italia.

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