Fondi azionari attivi: i costi scendono, ma non abbastanza

I fondi azionari a gestione attiva europei sono diventati meno costosi dopo la crisi finanziaria del 2008. Anche in Italia. Secondo una recente analisi condotta da Ali Masarwah, senior editor di Morningstar, da maggio 2009, le commissioni sono scese in media dall’1,91 all’1,6% nel Vecchio continente (-16%). I comparti domiciliati in Italia restano mediamente più costosi (2,2%), ma in calo da oltre il 2,5% di dieci anni fa.

Lo studio è stato realizzato utilizzando l’indicatore “representative cost” (costo rappresentativo), introdotto da Morningstar nell’agosto 2018, che racchiude le spese ricorrenti di ciascun comparto e viene espresso in percentuale rispetto al patrimonio. E’ calcolato su base mensile in due versioni: una include i costi di transazione; l’altra li esclude (i dati riportati sopra sono ex transaction fee). Entrambe le versioni comprendono le spese correnti e le performance fee.

Il costo rappresentativo permette agli investitori di avere una visione più completa rispetto alle sole spese correnti (ongoing charge). Queste ultime, infatti, includono le commissioni di gestione e le spese accessorie come gli oneri amministrativi, di custodia e revisione contabile, ma non quelle di incentivo. L’analisi è stata realizzata sulle classi più anziane di ciascun fondo, incluse quelle già liquidate ed è stata calcolata la media semplice.

Fondi azionari attivi europei: i costi rappresentativi nel tempo

Le voci di spesa più tagliate
Se guardiamo alle singole voci di spesa, le commissioni di gestione sono diminuite in modo significativo in Europa. Tra la fine del 2017 e aprile 2019, sono passate dall’1,19 all’1,12% in media, con conseguente riduzione dall’1,56 all’1,44% delle ongoing charge di cui costituiscono la componente più rilevante. In controtendenza, per i soli fondi domiciliati in Italia, le spese correnti sono leggermente aumentate nello stesso periodo dal 2,11 al 2,14%.

La discesa ha interessato in modo meno pronunciato le performance fee e gli oneri di transazione, per i quali sono disponibili i dati solo dal 2017. “Il livello delle transaction fee dipende dal tipo di strategia implementata”, spiega Masarwah. “Le commissioni di incentivo, invece, sono fissate per contratto, per cui queste due voci di costo non possono essere modificate così rapidamente come la management fee”.

La concorrenza degli index
La riduzione dei costi dei fondi azionari attivi può trovare una spiegazione nella sempre più accesa competizione degli strumenti passivi (Etf e index fund), la cui quota di mercato è in crescita. Nel solo 2018, il tasso di crescita organica, che misura la percentuale di flussi in base al patrimonio iniziale, è stato dello 0,9% per gli active fund contro il +5,6% dei passivi. Nell’ultimo anno (a fine aprile 2019), i primi hanno subito riscatti netti per 68,5 miliardi di euro; i secondi hanno, invece, raccolto 25,4 miliardi. In dodici mesi, la fetta di risparmio gestito coperta dagli index fund è passata dal 26,4 al 28,2% del totale del patrimonio investito in equity in Europa.

Il costo dei fondi attivi rimane comunque più alto di quello dei passivi, i quali, per altro, hanno intrapreso lo stesso percorso di riduzione degli oneri per i sottoscrittori. In Europa, i representative cost dei comparti indicizzati non quotati (esclusi quindi gli Etf) sono passati da una media dello 0,9 di fine maggio 2009 allo 0,42% di fine aprile 2019, in pratica si sono dimezzati. Quelli degli Exchange traded fund sono scesi dallo 0,42 allo 0,35% nello stesso periodo (il dato esclude i costi di transazione).

Costi e performance
Costi elevati appaiono sempre meno giustificabili agli occhi degli investitori di fronte alle performance modeste della gestione attiva, in particolare sui mercati azionari molto liquidi e diversificati. Il Barometro delle strategie attive e passive di Morningstar ha le lancette orientate decisamente verso le seconde. Ad esempio, il tasso di successo degli active manager a dieci anni nell’azionario Europa, globale e mercati emergenti è compreso tra il 9,3 e il 31,6%.

Non è solo una questione di performance, tuttavia. L’avanzata degli indicizzati è favorita anche dai cambiamenti regolamentari, inclusa la direttiva comunitaria Mifid 2. La spinta a ridurre i costi è stata più forte nei paesi, come il Regno Unito e l’Olanda, che hanno vietato le commissioni di retrocessione; rispetto ad altri come l’Italia, dove, per altro, non ci sono Etf domestici e gli indicizzati domiciliati si contano sulla punta delle dita.

I finti attivi
Resta poi aperta la questione dei fondi cosiddetti finti attivi (closet tracker), ossia quelli che si dichiarano e fanno pagare come attivi, ma di fatto replicano l’indice di riferimento. L’Esma, l’autorità europea di vigilanza sui mercati, non abbassa la guardia e intanto è arrivata la prima richiesta di risarcimento in Norvegia. DNB asset management è stata condannata a pagare 35 mila euro per aver praticato commissioni eccessive sui closet tracker. Si è trattato della più grande class action nel paese scandinavo, che ha coinvolto 180 mila risparmiatori.

“Sempre più investitori sono consapevoli che i bassi costi sono la miglior ricetta per il successo”, conclude Masarwah. “Per questo, è probabile che gli index fund rimangano in corsia di sorpasso”. E che per i gestori attivi, ma soprattutto i finti-attivi, sia sempre più difficile giustificare commissioni elevate, su cui Mifid 2 prevede una rendicontazione puntuale in termini non solo percentuali, ma anche assoluti.

Profilo autore

Sara Silano
Managing Research Editor, Morningstar Italy