Mercati emergenti sopraffatti dal dollaro

Il sospetto che qualcosa fosse cambiato nello scenario intermarket si era intuito a metà aprile, quando l’euro aveva iniziato a perdere terreno nei confronti del dollaro. In quella fase la debolezza della moneta unica sembrava più imputabile ai differenziali di crescita tra Europa e Stati Uniti e alle politica economiche divergenti di Bce e Fed che non alla crisi politico istituzionale dell’Italia scoppiata drammaticamente nelle ultime giornate. Le vicende italiane hanno poi gettato benzina sul fuoco costringendo a considerare il movimento in atto come un vero e proprio rally duraturo.

Dopo essere sceso fino a quota 1,151, Eur/Usd ha tentato una reazione che non migliora per il momento lo scenario.  A 1,151 il cambio ha sfruttato un duplice supporto, i minimi di novembre e la trend line che sale dai minimi di inizio 2017, disegnando sul grafico giornaliero un “bullish engulfing”, un pattern potenzialmente positivo che dovrà comunque essere seguito da conferme per dare credibilità alla reazione. Indizi in questo senso giungerebbero oltre 1,1730 e al superamento di area 1,1840. Appare per il momento improbabile però una risalita più duratura oltre area 1,20. Se invece i supporti in area 1,151 dovessero saltare resterebbe solo il sostegno offerto a 1,1450 dal 50% di ritracciamento del rialzo dell’ultimo anno a  impedire un ulteriore deterioramento di un quadro grafico già di per se debole.

Grafico EurUsd – VisualTrader

Secondo il magnate americano George Soros, la volata del dollaro rappresenta uno squilibrio da monitorare attentamente  per intravedere i segnali di una possibile nuova crisi finanziaria mondiale. L’afflusso di denaro sul dollaro ha infatti comportato un indebolimento dei mercati emergenti: uno degli effetti collaterali di un dollaro forte è rappresentato in primis dalla svalutazione delle monete dei Paesi emergenti nei confronti del biglietto verde. Inoltre il progressivo rialzo dei tassi negli Stati Uniti ha sedotto gli investitori che stanno progressivamente disinvestendo in azioni e obbligazioni più rischiose (acquistate quando i tassi Fed erano bassi e azioni e Treasury Usa non garantivano rendimento), per tornare a comprare negli Usa dove i rendimenti sono cresciuti a fronte di rischi più bassi.

L’ETF Vanguard FTSE Emerging Markets si trova dunque sul filo del rasoio: la fase laterale/convergente sviluppatasi dai top di gennaio potrebbe evolvere in senso negativo nel caso di cedimento definitivo dei supporti presenti in area 44, dove si posizionano i minimi di febbraio e la trend line ascendente che sale dai minimi di inizio 2016. Per negare le prospettive di debolezza l’ETF dovrebbe riportarsi stabilmente sopra la media mobile a 200 giorni, violata a inizio maggio, attualmente in transito a 45,65 dollari circa. Sotto area 44 la situazione potrebbe precipitare aprendo spazi di discesa verso i minimi di dicembre 2017 a 43,3 dollari, poi a 42,30 circa, quota pari al 38,2% di ritracciamento di tutto il rialzo degli ultimi due anni. Nel caso di discese anche sotto questi livelli il ribasso assumerebbe tratti preoccupanti e potrebbe dirigersi verso 39,60/40 dollari.

Grafico VWO – VisualTrader

Una conferma che negli ultimi mesi il rafforzamento del dollaro abbia penalizzato i mercati emergenti, già sofferenti, è data dal grafico che segue:

Grafico GlobalCycles per gentile concessione di www.TradingEvo.com

Claudia Cervi – Analista finanziario www.Ftaonline.com

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