Più ombre che luci sulla Mezzaluna

Con i Treasury americani decennali che raggiungono la soglia del 3%, scatenando le prese di profitto su tecnologici, non c’è dubbio che per quanto il T-bond appaia la miglior alternativa il comparto azionario, in realtà si trova in un momento di debolezza condizionata dalle aspettative sui tassi. E non solo su quelli americani.

Dal canto suo, il comparto dei mercati emergenti aveva ben recuperato sull’indice MSCI Emerging Markets le perdite da inizio anno. Attualmente la performance è solo leggermente negativa allo 0,5%. Per molti questo livello è interessante e rappresenta un ‘opportunità di acquisto.

In generale, l’interesse degli investitori sui mercati azionari resta maggiormente legato all’Asia in quanto area del globo più promettente anche in termini di raccolta di flussi di investimento a scapito dei deflussi che sin dalla fine di marzo, e quindi non solo nell’ultima settimana, hanno interessato i mercati azionari dei Paesi sviluppati sia europei che anglosassoni.

I guai della politica che dominano i mercati emergenti, dal Brasile sino al dibattito sul Nafta in Messico, hanno sino a oggi pesato sulla performance del comparto. Ora alcuni mercati cosiddetti di nuova frontiera dell’Asia Centrale emergono sulla scena degli investimenti sempre a caccia di diversificazione e nuovi lidi.

Poi vi sono mercati come la Turchia che a causa del coinvolgimento con la guerra siriana più recente e per il prolungarsi di un incombente stato di emergenza, sin dallo scorso golpe, ha visto deflussi di investitori esteri e molta cautela da parte dei grossi fondi, anche per l’intrinseca debolezza della divisa.

La decisione del discusso presidente Erdogan di anticipare le prossime elezioni, sia presidenziali che legislative, al 24 giugno ha un doppio obiettivo. Prima di tutto rispetto alla data del 3 novembre 2019 avrà la possibilità di rendere operativo il nuovo sistema presidenziale votato nel referendum dell’anno scorso. Inoltre il partito di Governo AKP vede nella rinvigorita alleanza con il partito nazionalista MhP la possibilità di cavalcare la popolarità che l’intervento su Afrin contro i curdi gli ha permesso di raccogliere nel Paese.

Come già sottolineato la pesante svalutazione della divisa ma anche l’impennata del deficit, sono due tra gli elementi che frenano gli investimenti di lungo termine nel Paese; inoltre con un’opposizione che sta cercando di ricompattarsi ma deve fare i conti con i limiti imposti dall’AKP per presentarsi alle elezioni, il momento è propizio.

Rilanciarsi nell’agone dello scenario mondiale e soprattutto rafforzare i rapporti proprio con quei mercati dell’Asia Centrale che sono cruciali nelle dinamiche energetiche dell’area da un lato, e con Russia e Cina dall’altro, è cruciale per tornare a contare nel panorama finanziario internazionale. Gli incontri di Soci e di Ankara sul futuro della Siria sono poi stati un primo passo per Erdogan per riaffermare le sue linee di politica estera.

Ma i conti non tornano: è proprio la forza dei prezzi dell’energia che pesano sulla bolletta petrolifera turca provocando un balzo dell’inflazione e la crisi valutaria e che porteranno la Banca Centrale il 30 aprile a modificare il target ufficiale innalzandolo dal 7,9% a ridosso della doppia cifra, al 9-9,5%.

Inoltre la fuga della divisa locale verso il dollaro Usa, tipico e preoccupante atteggiamento degli investitori locali soprattutto corporates in fuga dalla lira turca, vede il livello di dollarizzazione domestico toccare il 39,7%, un dato che non si vedeva dal 2007 e cioè dai tempi degli albori della crisi finanziaria globale. In ultimo le riserve valutarie sono scese a 25 mld di dollari Usa anche per gli sforzi reiterati di incrementare la componente in oro delle stesse, una manovra della banca centrale che si commenta da sola.

Anche se 2017 i mercati emergenti si sono riscattati dalla riduzione di interesse e dall’elevata volatilità dei flussi vissuta nel 2016, e la performance dell’anno scorso si posiziona tra le migliori degli ultimi 20 anni, per la Turchia sarà dura ritagliarsi un ruolo primario o rilanciare il mercato azionario nel breve termine.

L’anno scorso per i mercati azionari emergenti azionari si è chiuso con una performance del 7,5% sull’indice azionario MSCI Emerging Markets in dollari Usa, se paragonato all’indice MSCI World sempre in dollari Usa fermo al 5,6%. Il dato decennale poi vede una performance del 37,8% rispetto al 23,1% sui mercati sviluppati per gli stessi indici. Ma restano ancora troppe incognite perché anche questa mossa di Erdogan possa affrancare la Turchia almeno per consolidare il consenso sul roll over del mercato governativo obbligazionario e tra le corporates estere che come quelle domestiche restano alla finestra.

A cura di Claudia Segre, Presidente Global Thinking Foundation, www.claudiasegre.com

Profilo autore

Claudia Segre
Presidente GLT Foundation