Quei fondi attivi a braccetto col benchmark

Sei veramente attivo? La domanda in Europa assume particolare rilevanza dopo l’introduzione della normativa Mifid II che ha spostato ancora di più l’attenzione sul miglior interesse dell’investitore e, quindi, anche sui costi che paga per gli strumenti finanziari. I fondi attivi, in questo senso, vanno tenuti particolarmente d’occhio considerando che tendono a essere più cari rispetto a quelli passivi anche a causa delle scelte operative dei gestori.

Ma la questione è venuta anche agli onori della cronaca finanziaria Usa in questi giorni, dopo che la Procura generale di New York (il 5 aprile) ha comunicato come, a seguito di una sua indagine sull’industria americana dei fondi per fare maggiore chiarezza su disclosure and fees, 13 case di gestione si siano convinte a comunicare alla clientela retail l’active share dei fondi proposti.

Cosa dice l’active share
L’active share è stato introdotto nel 2006  da Martijn Cremers e Antti Petajisto, professori di finanza rispettivamente all’Università di Notre Dame e alla New York University ed è stato pensato per misurare quanto un fondo replica (o si discosta) dall’indice di riferimento. Prendendo i due valori estremi, se un portafoglio copia perfettamente il benchmark il suo active share è zero. Se, invece, investe in titoli che non sono presenti nel paniere il valore è pari a 100. “L’active share ha preso piede per diverse ragioni: alcune buone, altre meno”, spiega Jeffrey Ptak, head of global manager research di Morningstar. “Prima: può dare importanti informazioni su come viene fatta la selezione dei titoli in un portafoglio. Seconda: per alcuni ha proprietà predittive. I seguaci di questa scuola di pensiero ritengono che i fondi con un alto valore dell’active share siano in grado di sovraperformare quelli che hanno un risultato più basso. Questa visione, però, viene contraddetta da tutta una serie di altri studi. Terza: può essere utilizzato per capire se un fondo che si proclama attivo lo è veramente e se si fa pagare il giusto”. (Per un approfondimento fra le performance dei fondi con alto active share e strumenti passivi clicca qui).

La situazione in Europa
Dal punto di vista del Vecchio continente, il limite della maggior parte degli studi che si sono occupati di active share è che si sono concentrati quasi esclusivamente sui fondi domiciliati in Usa. Il gap è stato colmato da una ricerca firmata dai senior manager research analyst di Mornigstar, Mathieu Caquineau, Matias Möttölä e Jeffrey Schumaker, per valutare se l’active share possa essere utilizzato come strumento di selezione dei fondi nell’universo europeo. Lo studio prende in considerazione il decennio che va dal 2005 al 2015. Per eliminare le difficoltà legate alla scelta del benchmark si è concentrato sugli strumenti large cap Europa.

“La percentuale dei fondi con un active share al di sotto del 60% (un livello che separa gli strumenti veramente attivi dai cosiddetti closet indexer, cioè attivi sulla carta ma in realtà molto legati al paniere di riferimento, Ndr) era del 20,2%”, dice lo studio. “L’elemento che abbiamo notato è che la percentuale dei fondi closet indexer è scesa nel corso degli anni”.

Active share nelle categorie large cap Europe
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“Abbiamo scoperto che, mediamente, gli investitori pagano di più per i fondi che hanno un active share più alto”, spiega il report. La tabella sotto mostra come per le classi istituzionali la differenza di costi fra i prodotti con l’active share più alto e quelli che ce l’hanno più basso fosse di 22 punti base.

Costi e livello di active share
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“Questo suggerisce che gli investitori istituzionali si aspettino migliori risultati dai fondi più attivi”, spiega lo studio. “Altrimenti non pagherebbero di più. Le classi retail mostrano un quadro simile anche se con risultati più pronunciati: la differenza fra le fee medie nei quartili più attivi e quelli meno attivi era di 33 punti base. In altri studi dedicati ad altre aree abbiamo notato che c’è una scarsa correlazione fra le spese e il grado di attività dei fondi. Fondi poco attivi possono essere cari. La conseguenza per gli investitori è che devono essere molto attenti quando analizzano i costi”. (Per le analisi dei costi venduti in Italia clicca qui).

L’Italia è closet
Ma dove si trovano i fondi più o meno attivi? “In alcuni paesi ci sono strumenti che seguono il benchmark più di altri”, dice il report. “Le nostre analisi mostrano che l’Italia ha un active share sotto il 60%”. In Svizzera la metà dei fondi ufficialmente gestiti attivamente sembra avere la tendenza ad andare a braccetto con il benchmark.

Active share per domicilio

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Queste discrepanze dei risultati non sono necessariamente responsabilità dei money manager o delle case di gestione. “Gli studi di Cremers e Petajisto hanno dimostrato che ci possono essere diversi motivi”, dice il report. “Ad esempio, i cambiamenti dei sistemi pensionistici nazionali: il passaggio da un sistema statale a uno integrativo può portare a una maggiore disponibilità di fondi che seguono l’indice e questo influisce sul livello complessivo di active share di un paese. Una delle loro conclusioni è che la maggiore concorrenza da parte dei veicoli passivi costringerà i fondi attivi a essere ancora più dinamici e ad abbassare i costi”.

Come si può usare in maniera intelligente l’active share per quanto riguarda i costi? “Bisogna evitare i closet indexer che hanno costi sopra la media”, risponde lo studio. “Questi prodotti, al netto delle spese, nel lungo periodo hanno poche possibilità di sovraperformare. Gli investitori che vogliono cercare un andamento simile a quello del benchmark dovrebbero optare per un fondo passivo a basso costo o per uno attivo che abbia spese moderate. In generale i costi tendono a salire con l’aumentare dell’active share. Ma questo non è vero in tutti i casi”.

L’analisi è stata realizzata con la piattaforma per professionisti finanziari, Morningstar Direct. Clicca qui per saperne di più sulle sue funzionalità.

Visita il mini-sito Morningstar dedicato a MIFID II.

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